Il momento è arrivato

Il ghetto si è risvegliato. Una dopo l’altra, le luci si sono accese dietro le finestre.

Io andai nella casa di un amico di mio padre. Svegliai il padrone, un vecchio con la barba grigia, gli occhi sognanti, curvo per le lunghe veglie di studio.

-Alzatevi, signore. Alzatevi! Preparatevi a partire. Domani sarete cacciato, voi e i vostri, voi e tutti gli ebrei. Dove? Non chiedetemelo, signore, non fatemi domande. Dio solo potrebbe rispondervi. Per amor del cielo, alzatevi…

Non aveva capito nulla di quello che gli avevo detto; pensava senz’altro che avevo perduto il senno.

-Che stai dicendo? Prepararsi alla partenza?  Quale partenza? Perché? Che succede? Sei impazzito?

Ancora mezzo addormentato, mi fissava, lo sguardo carico di terrore, come se non aspettasse altro che scoppiassi a ridere e finalmente gli confessassi:

-Tornate a letto; dormite. Sognate. Non è successo nulla. Era solo uno scherzo…

Avevo la gola secca e le parole mi si strozzavano dentro, paralizzando le mie labbra. Non potevo dirgli più nulla.

Allora capì. Scese dal letto e, con gesti automatici, cominciò a vestirsi. Poi si avvicinò al letto dove dormiva sua moglie e le toccò la fronte con tenerezza infinita; ella aprì gli occhi e un sorriso mi sembrò sfiorarle le labbra. Infine si diresse verso i letti  dei suoi due bambini e li svegliò bruscamente, strappandoli ai loro sogni. Io corsi via.

Sighet, attualmente in Romania. Qui, nel 1928, nacque Elie Wiesel.

Il tempo passava molto velocemente: erano già le quattro del mattino. Mio padre correva a destra e a sinistra, estenuato, consolando amici, andando al Consiglio ebraico per vedere se nel frattempo l’editto fosse stato annullato: fino all’ ultimo un germe di fiducia restava nei cuori.

Le donne bollivano uova, arrostivano carne, preparavano dolci, confezionavano sacchi;  i bambini vagavano un po’ dappertutto, con la testa bassa, non sapendo dove mettersi, dove trovare un posto senza disturbare i grandi.

Il nostro cortile era diventato una vera e propria fiera. Oggetti di valore, tappeti preziosi, candelabri d‘argento, libri di preghiera, bibbie e altri oggetti di culto riempivano il suolo polveroso sotto un cielo meravigliosamente azzurro: povere cose che sembravano non essere mai appartenute ad alcuno.

Alle otto del mattino, la stanchezza, come piombo fuso, si era coagulata nelle vene, nelle membra, nel cervello. Stavo pregando quando improvvisamente sentii delle grida nella strada. Mi liberai rapidamente dei miei tefillìn  e corsi alla finestra. Dei gendarmi ungheresi erano entrati nel ghetto e urlavano nella strada accanto:

-Tutti gli ebrei fuori! Fate alla svelta! Poliziotti ebrei entravano nelle case e con la voce rotta dicevano:

-Il momento è arrivato…Bisogna lasciare tutto…

I gendarmi ungheresi colpivano con il calcio dei fucili e con i manganelli chiunque capitasse, senza ragione, a destra e a sinistra, vecchi e donne, bambini e infermi.

Le case si vuotavano l’una dopo l’altra, e la strada si riempiva di gente e di pacchi. Alle dieci, tutti i condannati erano fuori. I gendarmi facevano l’appello una volta, due volte, venti volte. Il caldo era intenso. Il sudore inondava i volti e i corpi.

Dei bambini piangevano per avere dell’acqua. Acqua! C’era, vicinissima, nelle case, nei cortili, ma era proibito sciogliere i ranghi.

-Un po’ d’acqua, mamma, un po’ d’acqua! Dei poliziotti ebrei del ghetto riuscirono, di nascosto, ad andare a riempire qualche brocca. Le mie sorelle e io, che avevamo ancora il diritto di muoverci essendo destinati all’ ultimo convoglio, li aiutammo il più possibile.

Nel 1986 Elie Wiesel ha ricevuto il premio Nobel per la pace.

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Elie Wiesel, La notte

Informazioni su Velia Loresi

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