Abbandonando Isaia per Sam

Molti anni prima di allora, sarà stato il 1928 o il 1929, capitò una cosa che potrebbe considerarsi il principio, il seme da cui tutta la faccenda germogliò.

È andata proprio così: un giorno d’inverno in cui da ovest stormi di nubi spuntarono da dietro il Carmelo e gli coprirono il capo, il cielo divenne sempre più grigio finché fuori non si mise a piovere e i campi della Valle divennero dei laghi di fango –quel giorno nonno Aronne ricevette una lettera da suo fratello maggiore Isaia, “il doppio traditore”.

Aprì la busta e uscì dai gangheri. Prima di tutto era scritta in yiddish, la lingua della Diaspora, che lui aveva categoricamente bandito sin dal giorno in cui aveva messo piede qui, in Terra d’Israele. Ma più della forma lo fece infuriare il contenuto. Lo zio Isaia, infatti, scriveva che, avendo saputo delle difficili condizioni economiche in cui versavano la Palestina in generale e le comuni agricole nello specifico, allegava qualche dollaro perché desiderava aiutare il fratello pioniere.

Continuava a piovere. I cortili erano ridotti a una palude melmosa, dove vacche e contadini affondavano fino alle ginocchia. Gli animi erano mogi e intirizziti dal freddo invernale, i bambini non avevano né cappotti né stivali, il portafoglio era vuoto –quand’ ecco quella sfacciata lettera del fratello ricco che, invece di venire in Terra d’ Israele, aveva messo su un “business” negli Stati Uniti.

Piazza principale di Nahalal nel 2005 All’ inizio, nel 1921, a Nahalal, i pionieri  vivevano nelle tende e solo successivamente si trasferirono in baracche di legno. Quando furono costruite le prime abitazioni, queste vennero adibite a ricovero per il bestiame. Solo nel 1936 le case furono rifornite di energia elettrica.

Le condizioni di vita erano davvero dure allora, a Nahalal. Il lavoro era sfiancante, i guadagni irrisori, il fango era non solo una realtà invernale ma anche un’efficace rappresentazione delle altre stagioni. Molte famiglie, compresa la nostra, conoscevano ristrettezze e vere e proprie privazioni; non pochi si arresero e se ne andarono.

Eppure nonno Aronne non era affatto contento del generoso regalo inviatogli dal fratello. Anzi, si offese fin nel profondo dell’anima. Dollari americani?! Lui, che era venuto in Terra d’ Israele, lui che aveva prosciugato paludi, che aveva tracciato i primi solchi sul suolo avito, lui che aveva piantato e seminato, non avrebbe toccato quel denaro diasporico e capitalistico. E poi, non era mica un accattone! Non se ne faceva niente di quell’ elemosina dei ricchi, anche se il ricco in questione era suo fratello.

Pragmatica come il suo solito, nonna Tonia lo implorò, disse che quel denaro serviva eccome, che mancavano cappotti e stivaloni per l’inverno, kerosene per il fornello e la lanterna, zucchero, olio, farina e medicine. Ma nonno Aronne, irremovibile, fece una cosa non facile: restituì quel peccaminoso denaro al mittente, allegando qualche nota di riprovazione ideologica.

Secondo un’ altra versione, nonno Aronne ci mise di suo solo insulti di ordine personale, del tipo: Noi, pionieri che facciamo fiorire il deserto della nostra terra secondo la via sionista e socialista, mai ci faremo tentare dal denaro ottenuto con lo sfruttamento del proletariato da traditori che hanno preferito gli agi della Diaspora e si son cambiati il nome, abbandonando Isaia per Sam.

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Meir Shalev, E’ andata così

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