Una torta di prugne

“Questa è la storia della mia nonna russa e del suo aspirapolvere americano. La storia vera, incredibile, divertente ed emozionante di una donna unica e controversa: in lotta per la pulizia della sua povera casa e per l’amore del suo povero marito, di fronte a polvere e pregiudizi, ideali e realtà, fango e critiche, mucche, parenti e vicini.

È stata scritta dal suo amorevole, riconoscente, meravigliato nipote, in sua memoria.” (dalla copertina del libro E’ andata così, di Meir Shalev)

Prima ho detto che casa di nonna Tonia aveva due bagni, uno vecchio e l’altro nuovo. Quest’ultimo era composto solo di una doccia, mentre il vecchio disponeva di una vera e propria vasca da bagno. Che restò in uso finché i figli rimasero in casa: quando loro se ne andarono ciascuno per la propria strada, quel servizio venne chiuso per sempre.

Le stanze da bagno, mi spiegava mia madre, sono luoghi furbi e molto insidiosi. Proprio loro, che hanno per scopo dichiarato la pulizia, sporcano e si sporcano con incredibile facilità: le mattonelle, il pavimento, i rubinetti, i sanitari –lo fanno ciascuno a suo modo. Non bisogna mica essere dei geni per capire che se uno s’infila sotto la doccia significa che è sporco: altrimenti non ne avrebbe bisogno, no? Uno entra sporco nella doccia e ci lascia tutte le schifezze che vuole togliersi di dosso. Poi sgocciola acqua torbida sul pavimento pulito e tocca con le dita luride le mattonelle immacolate, lasciando segni e macchie di sporcizia.

D’ inverno ci si lavava in casa, ma d’estate fuori. I grandi nella “doccia degna di tale nome” –come la definiva nonna Tonia- che altro non era se non una specie di tubo sul muro della stalla, mentre i piccoli nel “trogolo”, su cui tornerò più avanti.

 Con gli anni i bagni divennero più sofisticati: accanto alla pulcinaia venne su una vera e propria “lavanderia”, dotata di acqua calda generata da una caldaia con un grande camino dentro il quale il fuoco scaldava l’acqua fra pareti doppie. Al principio come combustibile si usavano pezzi di legna e spighe secche di mais, poi il boiler venne dotato di un’ apparecchiatura che faceva colare il gasolio, goccia a goccia.

Riesco ancora a ricordare il particolare scoppiettio che faceva – una sorta di ruggito sommesso e misterioso che non assomigliava a nessun altro rumore, e all’ orecchio di un bambino suonava bello e minaccioso al tempo stesso.
Valle di Jezreel e monte Tabor

Come le altre case, anche quella di nonna Tonia aveva la sua “ritirata”. Malgrado il nome, non era certo un luogo dove isolarsi in pace. Stando a una delle diverse versioni riguardanti la prima visita di mio padre a casa della famiglia a Nahalal, all’ epoca in cui corteggiava mia madre, pare che lui vi si sia ingenuamente diretto. Vide che il posto era impeccabilmente pulito, che il copriwater era abbassato e sopra vi era steso un giornale. Sopra il giornale c’era un’asse di legno, sormontata da un altro giornale che aveva in cima una di quelle pentole magiche con dentro una torta di prugne che si stava raffreddando.

A tale proposito, vanno fatte due precisazioni. La prima è che per tutto quel che riguardava le prugne nonna Tonia faceva miracoli -le sue torte e le sue marmellate erano autentiche opere d’arte. La seconda è che in paese mio padre era non di rado sarcasticamente soprannominato “Teligente” o anche “Tiligente”, termini che in campagna venivano usati per definire i cittadini occhialuti che invece di lavorare leggevano e scrivevano libri.

Sennonché, capitava ogni tanto che un Teligente fosse anche intelligente, e mio padre capì quasi subito che la ritirata di sua suocera non andava affatto intesa per il suo uso tradizionale e originario. Così, invece di portare a termine il suo piano se la tenne, e in cambio si servì generosamente della sua torta di prugne: dopo averne mangiata praticamente metà uscì dalla ritirata facendo finta di niente.

 L’ episodio non migliorò i rapporti fra loro. Ma di questo parlerò più avanti.

A Nahalal

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Meir Shalev, E’ andata così

 

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