Un pioniere della seconda ondata immigratoria

Secondo alcuni, nonno Aronne si innamorò davvero di nonna Tonia non appena la vide sbarcare dalla nave.

Si vocifera pure che, come è d’obbligo nei romanzi russi, lui avesse minacciato il suicidio  se lei non avesse ceduto al suo corteggiamento. Lo sosteneva lei stessa, nonna Tonia, aggiungendo che nonno Aronne aveva annunciato che “si sarebbe buttato nel Giordano”.  Perché proprio il Giordano? In effetti, l’impiccagione non era adatta a quel genere di suicidio. Non c’erano a tiro né sonniferi né edifici a più piani. Era anche molto difficile procurarsi una pistola (che loro chiamavano “piztola”), e le munizioni erano merce rara e preziosa: sprecare una pallottola per togliersi la vita era considerato un atto di imperdonabile egoismo, passibile di condanna sociale.

Per contro, c’era il Giordano: poetico, romantico, certo non paragonabile per grandezza ai fiumi che avevano in Russia, ma con un’aura che a essi decisamente mancava. Senza contare che era abbordabile e vicino –“In Terra d’Israele tutto è vicino,” mi disse nonno Aronne stesso molti anni dopo, nel corso di una conversazione in cui negò tutto quello che aveva detto nonna.

Altri raccontano che nonno Aronne desiderava nonna Tonia per una ragione ben più prosaica: sperava che lei gli tirasse su i figli che gli aveva dato la sorella di lei, e che fosse per loro una buona madre. Il che non successe affatto: i rapporti fra nonna Tonia e i figli di Susanna sono una nota alquanto dolente negli annali di famiglia. Anche le due sorelle, del resto, erano figlie di due madri diverse, perciò secondo alcuni, dopo due generazioni di doppi matrimoni e di figli nati da due mogli diverse, la faccenda si è complicata ben più di quanto io sia riuscito a rendere l’ idea sino a ora.

Come ho già detto, nonno Aronne era un pioniere della seconda ondata immigratoria, mentre nonna Tonia arrivò qui con quella successiva. Se lui si annoverava tra i “fondatori” di Nahalal, lei poteva pur sempre dire di essere tra i suoi “veterani”. Malgrado queste differenze, che nell’ universo dei pionieri, nelle colonie agricole e nei kibbutz rivestivano un’importanza fondamentale, i due misero al mondo cinque figli: Micah, Batya –cioè mia madre-, i gemelli Menahem e Betsabea e infine Yair, il figlio della vecchiaia. Tutti e cinque sono venuti al mondo dotati di un grande talento affabulatorio, e molte delle loro storie riguardano la madre. Meir Shalev, autore di “È andata così”, è nato nel 1948 (anno fatidico della fondazione dello stato di Israele) a Nahalal, villaggio situato nella valle di Jezreel. Ha lavorato in televisione dove ha presentato il programma “Erev Shabbat” (Sera dello Shabbat).  Il suo primo romanzo è “La montagna blu”. Ha tenuto a lungo una rubrica sul quotidiano Yediot Aharonot.

“Arrivò dalla Russia una giovincella, una ragazza con le trecce e l’uniforme da ginnasiale, che sorbiva il tè con il mignolino alzato, e finì direttamente qui nella Valle, in mezzo alla polvere e alla sporcizia, al lavoro e al fango…” raccontava mia madre di sua madre.

Mi rendevo conto che lei cercava di capirla, di giustificarla, fors’ anche di perdonarle qualcosa: “Arrivata qui, scoprì che tutte le presunte proprietà terriere di suo padre non erano affatto tali, e che con tutte le sue virtù e tutto il suo talento, nonno Aronne non poteva certo dirsi un contadino in gamba: non trovò altro che fatica e privazioni. Ciononostante, decise di non arrendersi, di non tornare in Russia e nemmeno emigrare in America o trasferirsi a Tel Aviv. Non era certo una persona facile, ma tutta la famiglia deve ringraziare lei, per questa fattoria”.

Ah sì, il nonno Aronne era davvero tagliato per tutto fuorché per il lavoro dei campi.

Ho già detto che ogni tanto pubblicava degli articoli e dei saggi su “Il Giovane Lavoratore”. A Nahalal si occupava di un bollettino satirico intitolato “La Zanzara”, e le cene pasquali organizzate da lui a quell’ epoca erano un grande evento. Dopo aver terminato il rito domestico, le famiglie si radunavano tutte nella Casa del Popolo, dove si svolgeva una parodia dei canto pasquali, in cui il nonno tratteggiava personaggi ed eventi tanto pubblici quanto locali.

Sennonché, l’indomani toccava alzarsi e riprendere ad arare e mungere, seminare e mietere. Ogni tanto, non riuscendo più a sopportare le responsabilità e il giogo, nonno Aronne dichiarava: “Ho mal di testa,” e spariva. Allora nonna Tonia diceva: “È zcappato di nuovo,” e partiva all’ inseguimento.

“Una tragedia, per lui e per lei,” raccontava mia madre. “Mio padre avrebbe dovuto vivere un’ altra vita, in un posto diverso. Una vita più consona alla sua personalità, ai suoi talenti. Ma lei, che aveva deciso di tenersi stretta la fattoria con le unghie e con i denti, li conficcava nella terra, in casa, addosso a noi e a lui. E dato che tutti hanno bisogno di un nemico, la sporcizia divenne il suo.”

Nahalal venne fondata l’11 settembre del 1921e fu il  primo moshav, villaggio o insediamento di tipo agricolo.

 Nel moshav, a differenza di ciò che accade nel kibbutz collettivo, le fattorie normalmente sono proprietà individuale.

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Meir Shalev, È andata così

 

 

 

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