Il senso dell’imminente catastrofe

Fine maggio 1968. Si è ormai  alla vigilia di quella che sarà chiamata la Guerra dei Sei giorni. Re Hussein di Giordania è molto preoccupato. Attaccare lo Stato di Israele è un errore e Nasser si sta comportando da folle. Non c’è coordinamento, un piano comune tra gli stati arabi. La Giordania è sola e una guerra porterebbe al disastro e alla perdita del regno.

Re Hussein di Giordania

Mentre si preparava alla guerra, comunque, Hussein garantì agli americani che la Giordania non aveva intenzioni aggressive verso Israele, e chiese loro di assicurarlo anche agli israeliani. Poi mise in guardia Washington sui pericoli cui si sarebbero trovati di fronte gli arabi moderati se gli Stati Uniti avessero concluso un’ alleanza troppo stretta con lo stato ebraico.

La mattina del 30 maggio, Hussein si reca segretamente al Cairo dove è accolto da Nasser e Amer. Viene in fretta preparato un trattato in virtù del quale Egitto e Giordania considereranno l’ attacco a uno dei due stati come un attacco a entrambi. La legione araba, orgoglio di Hussein, passerà sotto il comando di Amer. E, se Hussein è convinto di aver stipulato un’ assicurazione politica e militare vantaggiosa per la Giordania, non tutti i giordani sono entusiasti di un trattato che rende nullo l’ accordo segreto “College run”. Con questo trattato, gli Stati Uniti si erano impegnati a fornire alla Giordania 12 caccia F-24, che ora saranno dirottati verso la Turchia.

Il I° giugno, Riyad si reca in volo ad Amman con l’ incarico di ispezionare le difese della Cisgiordania. Due battaglioni di commandos egiziani saranno trasferiti in Giordania con l’ ordine di penetrare in territorio israeliano. Ahmad al-Shuqayri, alla guida dell’ OLP, si reca a Gerusalemme dove, dando sfogo alla sua furia, dichiara che è tutto pronto per distruggere Israele e i suoi abitanti. Da parte sua,  Eshkol (il 28 maggio) ha rivolto, a Radio Israele, un messaggio per assicurare che si farà di tutto affinché la crisi possa essere risolta in maniera pacifica.  

Levi Eshkol

…ricevette il testo che doveva leggere in diretta solo mentre stava entrando nello studio, e lo trovò zeppo di correzioni e aggiunte dell’ ultimo momento. Il risultato fu un discorso sconnesso, pronunciato con voce balbettante, quasi inintelligibile, che gli ascoltatori interpretarono come un segno di sfinimento e di panico. Ma non fu soltanto la prestazione di Eshkol a disorientare gli israeliani; a generare sgomento contribuì anche la notizia che Israele, invece che contare sulle proprie risorse, aveva messo il suo destino nelle mani di un’ altra nazione.

Ma non basta. Per i servizi d’ informazione, gli egiziani sono pronti a sferrare un attacco assieme a Siria e Giordania. Nel Sinai e nel Negev regna il caos; l’esercito (affermerà Ariel Sharon, ora comandane di divisione nel sud), si sposta continuamente e pare non sappia cosa fare. Nella Fossa il primo ministro Eshkol esorta i comandanti a pazientare e a conservare le forze per qualche settimana ancora. Viene sottoposto a un fuoco di fila di obiezioni ma i generali non fanno alcun tentativo per rovesciarlo né minacciano in alcun modo il regime di diritto.

L’ opinione pubblica, però, non fu altrettanto magnanima. Il giorno dopo i quotidiani erano pieni di resoconti sul pasticciato discorso di Eshkol e il suo triste effetto. “Ha’aretz” dichiarò che “ il governo, nella sua composizione attuale, non può guidare la nazione nel momento del pericolo”, e invitò il primo ministro a farsi da parte a favore di Ben Gurion e Dayan per occuparsi solo di “materie civili”.

Sembra a tutti che l’ esitazione di Eshkol sia dovuta a debolezza e non a saggezza. Golda Meir propone che la carica di primo ministro per la difesa venga affidata a Moshe Dayan ma questi insiste che gli venga affidato il portafoglio della Difesa. Vuole il posto di capo nel Comando sud. E, come se non bastasse, Weizman minaccia di rassegnare le dimissioni se Eshkol non si deciderà a dare il via alle operazioni.

Per il popolo israeliano, non coinvolto in questi giochi di potere, la prova era massacrante. In tutto il paese migliaia di uomini e donne scavavano frettolosamente trincee, costruivano rifugi, riempivano sacchi di sabbia. A Gerusalemme, in particolare, le scuole vennero trasformate in rifugi contro i bombardamenti, e ogni giorno si svolgevano esercitazioni simulando incursioni aeree. La maggior parte degli autobus e praticamente tutti i taxi vennero requisiti a scopo militare, e fu lanciata una campagna d’ emergenza per la raccolta del sangue.

Vengono scavate nuove tombe; tuttavia, a incoraggiare Israele, un’ ondata di simpatia sommerge il paese come mai era avvenuto prima. Molti giovani ebrei si offrono come volontari; ebrei francesi sono pronti a offrire sangue e ad accogliere i bambini evacuati; vengono lanciate campagne per la raccolta di fondi.

E tuttavia questi gesti non servirono granché ad alleviare il senso dell’ imminente catastrofe, dell’ abbandono degli ebrei  a un altro Olocausto.

Ho scelto di conservare nel post questo video, mi aiuta, con un’ esposizione molto chiara, a comprendere i fatti partendo dalla conformazione geografica di Israele.

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Michael Oren, La Guerra dei Sei giorni. Giugno 1967: alle origini del conflitto arabo-israeliano

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