Har ha-Bayit be-Yadenu

L’ ordine di re Hussein di mantenere le posizioni giunge al comandante ‘Ali ‘Ata verso le 2,20 di notte del 7 giugno 1967. Nasser, adirato, invia un cablogramma in cui avverte il sovrano che Stati Uniti e Gran Bretagna stanno sostenendo Israele. Hussein, preoccupato anche per il gran numero di profughi che dalle sponde occidentali del Giordano si spostano verso quelle orientali, accetta il cessate il fuoco. A Gerusalemme non sono stati costruiti rifugi e non ci sono scorte di medicinali: mai si è pensato che gli arabi potessero perdere. Ma, la mattina del 7, la bandiera con le stelle di David sventola sul museo Rockefeller.

Alla Casa Bianca, Rusk trasmette l’ offerta di cessate il fuoco di Hussein; il cablogramma giunge a Gerusalemme alle 7 del mattino.

Benché le IDF non avessero ancora accerchiato la Città Vecchia, secondo il ministro della Difesa conveniva muoversi velocemente e aprire una breccia. Eshkol si era detto d’ accordo e Dayan, dopo aver ricevuto da Rabin un piano d’ attacco, aveva incaricato Haim Bar-Lev di sovrintendere all’ operazione. I suoi ordini erano stati brevi: raggiungere i Luoghi Santi ebraici il più presto possibile e non usare armi pesanti.

Per Menachem Begin non si può aspettare un momento di più. Dayan autorizza l’ impiego di alcuni carri armati con l’ ordine, però, di non colpire la Cupola della Roccia, la Moschea di al-Aqsa e il Santo Sepolcro.

Poi, preceduti da un semicingolato comandato dal capitano Yoram Zammush, un ebreo osservante che aveva chiesto a Gur di poter essere il primo a raggiungere il Muro del Pianto, gli israeliani caricarono.

L’ artiglieria lancia un pesante bombardamento attorno all’ Augusta Victoria, l’ ospedale costruito dal kaiser Guglielmo. Quando i paracadutisti giungono, trovano il crinale ormai deserto.  Proseguendo verso sud, occupano l’ hotel Intercontinental, in cima al monte degli Ulivi e scendono sino all’ Orto dei Getsemani. Ogni transistor trasmette le note di Gerusalemme d’oro.

Di fronte a loro stava la Città Vecchia e la porta eretta nel 1320 dal sultano mamelucco Baybars, ancora decorata dal suo stemma raffigurante de leoni. Ansioso di varcarla, Gur inviò un messaggio ai suoi comandanti di battaglione: “Occupiamo le alture che sovrastano la Città Vecchia. In breve, vi entreremo. Saremo i primi a entrare nell’ antica città di Gerusalemme, che sogniamo e per cui lottiamo da generazioni. La nazione ebraica è in attesa della nostra vittoria. Israele attende quest’ ora storica. Siate orgogliosi. Buona fortuna.

Il rabbino Shlomo Goren, primo cappellano delle IDF, armato di un rotolo della Torah e di uno shofar,  si precipita con gli altri verso la Città Vecchia. Lungo la strada incontra Gur al museo Rockefeller e lo avverte: la storia non perdonerà se non entreranno nella Città Vecchia. E’ appena giunto il telegramma di Rusk con la raccomandazione di accettare il cessate il fuoco. Si rischia di perdere l’ occasione di riconquistare il Muro del Pianto e gli altri luoghi sacri. Alle 9,45, carri armati Sherman sparano contro la Porta dei Leoni e, dopo averla oltrepassata, puntano verso la via Dolorosa e le Porte di Damasco e Giaffa. Gur giunge nello spiazzo noto agli ebrei come Monte del Tempio.

Dopo una breve scaramuccia con fucilieri giordani, Gur trasmise per radio a Narkiss le tre parole destinate a risuonare in Israele per decenni a venire: “Har ha-Bayit be- Yadenu (il Monte del Tempio è in mano nostra).

Il rabbino Goren corre ai resti del tempio, recita il Kaddish e soffia nello shofar: “Sono venuto in questo luogo- dice- per non lasciarlo mai più. I soldati esplodono in canti e preghiere.

Mi emoziona osservare l’ espressione di stupore, soddisfazione, gioia di questi giovani soldati quasi increduli di essere di fronte a Muro del Pianto.

Di fronte al Muro del Pianto, Dayan scrive una preghiera su un biglietto e la infila tra i grossi massi. Dichiara che la capitale di Israele è stata riunita per non essere più divisa. Ora bisogna tendere ai vicini arabi la mano in pace.

Rabin ascoltò le parole di Dayan e, commosso, assistette alla scena di centinaia di soldati che, raggiunti gli ebrei ortodossi, si misero a ballare. “Fu il culmine della mia vita” ricorderà. “Da anni nutrivo segretamente il sogno di poter svolgere un ruolo…nel restituire il Muro del Pianto al popolo ebraico…Ora quel sogno si era fatto realtà, e all’ improvviso mi domandai perché proprio io, fra tutti gli uomini, dovessi essere tanto privilegiato” Le parole che pronunciò davanti al Muro sembrarono più quelle di un profeta che di un soldato:

I sacrifici dei nostri compagni non sono stati vani…Le innumerevoli generazioni di ebrei assassinati, martirizzati e massacrati per amore di Gerusalemme vi dicono: “Consolati, nostro popolo; consola le madri e i padri i cui sacrifici hanno portato alla redenzione”.

L’ impeto dell’ esercito israeliano è inarrestabile: i carri armati di Ben-Ari raggiungono la periferia di Gerico e, a sud di Gerusalemme, la fanteria arriva sino al monastero di Mar Elias. Ma Hussein appare disponibile ad accettere il cessate il fuoco e la guerra potrebbe finire presto. Rabin decide di lanciare subito l’ operazione Luci, anticipando la conquista di Sharm el-Sheikh.

Alle 12,15, Dayan dichiarò che lo stretto di Tiran costituiva una via d’ acqua internazionale aperta senza limitazioni a tutte le navi. Il cargo israeliano Dolphin , sempre ancorato a Massaua, salpò immediatamente per Eilat…

Gli israeliani si affrettano ma sono intralciati da carcasse fumanti e da veicoli in fuga. Crolla “Cortina”, la seconda linea di difesa egiziana. Tuttavia, nel corso del pomeriggio, l’ URSS, di fronte all’ evidenza di un esito della  guerra favorevole a Israele, chiede che le ostilità vengano fermate mentre egiziani e siriani, che contano sull’ aiuto sovietico,  insistono per proseguire.

La grande bugia si era rivelata un boomerang. Invece di indurre i sovietici ad aiutare gli arabi, li aveva convinti a sollecitare un cessate il fuoco. Gli arabi, a loro volta, erano furiosi. Nel terzo giorno di guerra, Nasser iniziò a parlare non solo di collaborazione tra Occidente e Israele, ma di un’ intesa segreta fra Mosca e Washington per non scontrarsi in Medio Oriente.

Alla reazione dell’ URSS, ‘Amer ordina alla 4ᵃ divisione di mantenere le posizioni. La terza e ultima linea di difesa può essere ancora conservata.

Il presidente Johnson e i suoi consiglieri dedicano il giorno 7 giugno a riflettere sul futuro assetto del Medio Oriente; gli Stati Uniti si aspettano la pace e non  solo accordi di armistizio ma gli israeliani considerano irreversibile la liberazione di Gerusalemme. Verso sera le truppe israeliane entrano a Gerusalemme senza quasi trovare opposizione. Il generale Uri Ram entra a Nablus, l’ antica capitale dei samaritani. La folla credendo di trovarsi di fronte a truppe irachene, applaude, sventola fazzoletti bianchi e solo quando si capisce che si tratta di soldati israeliani, i cecchini iniziano a sparare. La task force al comando di Yisrael Granit, raggiunge Romani, il villagio egiziano più vicino al canale. I carri armati di Joffe si avvicinano all’ ingresso del passo di Mitla.

Sebbene in minoranza, il minuscolo distaccamento controllava l’ unica via di fuga per la quale sarebbero presto passate tre divisioni egiziane, ossia 300 carri armati e oltre 30000 uomini.

Memorial della Guerra dei Sei Giorni a Talpiot

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Michael Oren, La Guerra dei Sei Giorni. Giugno 1967: alle origini del conflitto arabo-israeliano

 

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